martedì 31 dicembre 2013

C'era una casa tanto carina.


Solo che questa aveva il soffitto, e anche la cucina.
Aveva anche un salotto grande e pieno di carabattole e oggetti per lo più di medio-cattivo gusto, decine di orologi di ogni tipo, un trambusto asincrono di tic-tac destabilizzante. E poi bambole di porcellana inquietanti con vestiti di pizzo e merletti, pupazzi di pezza, porcellane zoomorfe quasi su ogni singolo gradino della scala di pietra che portava al secondo piano. Non un centimetro quadrato libero.
Mimi quando ci è entrata per la prima volta è letteralmente impazzita.
Tutto voleva toccare e tutto la entusiasmava.

martedì 24 dicembre 2013

M' Artedì. Seconda puntata.

Marc Rothko, Subway (1930 ca.)

Benvenuti alla seconda puntata della fantastica rubrica del martedì, M' Artedì, appunto.
Questa settimana ringrazio che ci (ah ah ah!) ha proposto Marc Rothko, artista finora da me praticamente ignorato.

martedì 17 dicembre 2013

M' Artedì. (Nuova rubrica!)

Paul Signac, Man reading (1894).
L'idea è nata da un giochino che circola su FaceBook. Niente di troppo intellettuale insomma, tranquilli.
Il giochino recita così:
Questo è un gioco per mantenere viva l'arte. Clicca "mi piace" e io ti assegnerò un artista. Non importa se non conosci le sue opere, cerca su internet, scegli quella che ti piace di più e pubblicala su FB.
Il giochino mi ha preso la mano ed ho come al solito scassato le palle a molti miei contatti a oltranza. Perchè sono una che non conosce i limiti, né il famoso detto del gioco che è bello quando dura poco. Per me se è bello tanto vale portarlo allo sfinimento.

lunedì 16 dicembre 2013

Autunno radioso.

E' quello che si continua ad infilare a tradimento facendo breccia nella sfilza di giornate grigio-uniforme britannica, monocorde e sottoumorali.
E' l'autunno dorato. L'autunno luminoso. L'autunno acceso.
Fino all'ultimo giorno.


In questi casi, ecco cosa dovete fare, se le bambine non dormono nel primo pomeriggio come speravate di riuscire a far fare loro.

martedì 10 dicembre 2013

A casa di Emma.

In questi giorni abbiamo un tormentone: "Mamma, andiamo da Emma?"

Ogni mattina la mamma sveglia Mimi nel suo lettino: "Buon giorno vita mia, gioia mia, stellina di mamma!" "Mamma, andiamo da Emma?"

La mamma, non senza grande fatica e dispendio di energia, sfama, veste e incappotta una pupa e mezza, talvolta riesce pure e rinfilare a letto la piccola, addormentata a suon di tette, prima di uscire di casa, con 2 gradi e il ghiaccio sul sellino della bici e iniziare a pedalare verso la scuola con la grande seduta dietro, sul seggiolino. "Amore, hai freddo? Cuore di mamma, ce li hai i guantini? Arriva troppa aria?" (Domanda idiota, datosi che la bici non è provvista di finestrini da chiudere all'occorrenza). "Mamma, dove andiamo? Andiamo da Emma?"

martedì 3 dicembre 2013

Killing the day-after-man.

L'uomo del giorno dopo è previdente.
E' quello che si anticipa il lavoro, quello del "prima il dovere", quello del "non rimandare a domani".
Costui o costei (poiché usiamo qui il sostantivo "uomo" non come accezione di genere ma di specie: l'individuo homo, rappresentante della specie umana), egli, o ella, dunque, preferisce rinunciare al momentaneo piacere effimero in vista di una più efficiente pianificazione del suo tempo futuro. Perché si sa che c'è sempre un futuro, o almeno si dà per scontato che sia così.

L'uomo del giorno dopo non posticipa mai le pulizie di casa, non aspetta all'ultimo giorno per pagare le bollette, né per compilare la dichiarazione dei redditi, e non si sveglia due giorni prima la data di scadenza di un concorso per presentare la domanda, costringendosi a fare i salti mortali per procurarsi tutta la documentazione necessaria con maratone all'ultimo minuto da un ufficio all'altro.
La burocrazia non lo spaventa.

venerdì 29 novembre 2013

Sentori (sinistri) di Natale alle porte.

Un paio di settimane fa ho acquisito coscienza di una verità sconcertante: eravamo appena a metà novembre,e già un abete doverosamente addobbato sbrilluccicava nella vetrina del negozio di fiori sotto casa (una botique di lusso del mazzolino dal nome inverosimilmente scherzoso "Siamo al verde"). Ovvero: eravamo già in pieno periodo natalizio.
Orrore e sgomento.
Oddio, ho pensato, ora non potrò più navigare per i blog senza venire sommersa da idee per realizzare un perfetto calendario dell'avvento, e affini.
Mimi per conto suo ha iniziato a fantasticare e a vaneggiare entusiasta di montagne di principezze e di Babbo Natale che viene a trovarci a casa di nonna insieme a Cenerentola e non so che altro.
Io intanto prendevo mentalmente nota nell'intento di azzeccare qualche desiderio senza però dare nell'occhio, perché non fosse chiaro il diretto rapporto di dipendenza tra il desiderio dell'oggetto e l'ottenimento dello stesso. Non mi è mai piaciuta questa cosa di inculcare nei bambini l'idea di una lista dei regali da ricevere. Nessuna letterina a Babbo Natale, dicevo.

giovedì 21 novembre 2013

Lavoro di squadra.

Mimi innalza torri altissime. Rania le butta giù.
Mimi edifica fantasmagorici castelli pericolanti di architravi sospesi nel vuoto, sovraccarichi di cuspidi, ridondanti di guglie e trifore.
Rania li rade al suolo. E disperde i pezzi.
Mimi apparecchia luculliane colazioni sull'erba ipotetica del pavimento di piastrelle; dispone piatti, imbandisce tovaglie, distribuisce porzioni, allestisce coreografie di portate.
Rania agguanta e arraffa, porta tutto alla bocca, sbava e si sdraia nel bel mezzo del pic-nic, portando devastazione e carestia.
Mimi organizza raduni principeschi di personaggi di fiaba, inventa storie, mette in piedi dialoghi, promuove eventi, divulga proclami a tutte le fanciulle del regno.
Rania si presenta non invitata al ballo del re seminando il panico tra i presenti, rapisce Cenerentola e stende Biancaneve con un rovescio. Morti e feriti.

mercoledì 20 novembre 2013

Houston, per la verità ne avremmo quattro o cinque...

Houston, per prima cosa, ci sono le bimbe a casa. Cioè, la grande è a casa da circa una settimana, con sentenza... ehm... diagnosi di otite batterica e antibiotico due volte a dì più gocce auricolari. E pure la piccola, perché è più comodo, e si fa prima, che si ammalino a coppia; dalla varicella in poi, mi sa che d'ora in avanti funziona così.
Ma ne stiamo uscendo, Houston, non ti preoccupare, malgrado poi il codazzo di cacarella e disturbi gastrici vari dovuti al bibitone antibiotico. Comunque una faticaccia, Houston, tu sapessi.
C'è la piccola che si sveglia ogni giorno in un lasso di tempo compreso tra le cinque e le sette meno un quarto del mattino. No, dico, per lei arrivare alle sette è una macchia sulla sua immacolata reputazione di scassapalle ante-albam.
Ma ci stiamo abituando anche a questo, Houston. Del resto, siamo una squadra ben addestrata ed equipaggiata.

martedì 12 novembre 2013

La risposta esatta.

Mettiti il cuore in pace: per loro sbaglierai sempre.
Qualsiasi cosa tu faccia sbaglierai.
Sbaglierai sempre e comunque.

Sbaglierai, fidati. Sbaglierai, in un verso o nell'altro, ma sbaglierai.
Perché tormentarti, perché sprecare energie preziose nella ricerca estenuante della formula perfetta.

Sbaglierai. E punto.

Sbaglierai quando non presterai abbastanza attenzione ai bisogni di tuo figlio/a. I bambini vanno ascoltati, hai capito? Devi saperti mettere alla loro altezza, non carponi ma in punta di piedi, devi decifrare i loro bisogni. Se non ascolti quel che hanno da dirti non sarai mai in grado di fornire loro le risposte giuste. Sbaglierai. Se non hai già sbagliato. Ma sicuro che lo hai fatto.

domenica 10 novembre 2013

Vietato fare pipì in piedi.

- Mamma! Vieni a vedere la mia città!

- Oh! Che bella città, Mimi.

- Vedi? Ci ho messo anche il cartello stradale.

- Ehm... sì, vedo. Bene!

- Dice: "Vietato fare pipì in piedi".

sabato 2 novembre 2013

Memoria familiare.

In rete a volte nascono dialoghi. Frammentari, va bene, il più delle volte insulsi.
Però capita anche la volta che per caso ti imbatti in un momento di riflessione profonda di qualcuno e ti infili sulla sua lunghezza d'onda. E ti accorgi che quello che vorresti poter dire è assai più di quanto sia possibile e lecito postare su una bacheca altrui di Facebook.
E allora apri il blog e clicchi: nuovo post.
Poi fai un respirone e ti auguri che tutti continuino a dormire per almeno un'altra mezz'oretta, il tempo sufficiente per dire quanto ti preme, in questo giorno che nasce grigio e piovoso, e si tira dietro umori di melanconia e un fondo di inquietudine esistenziale.

Di fronte alla morte ho sempre assunto atteggiamenti di forte pudore.
Come molti della mia generazione non l'ho mai avuta in gran familiarità, e detestavo le rituali andate al cimitero, a "far visita" a gente morta che per lo più non avevo mai conosciuto.
Ancora oggi non vado volentieri a "trovare" mio padre al cimitero. Vuoi per la difficoltà logistica della cosa, vuoi perché il luogo dove il suo corpo giace, così spersonalizzato e lontano da ogni fermento di vita presente mi trasmette un senso di desolazione e smarrimento. Saperlo lì mi rattrista, e allo stesso tempo non sento la necessità di far visita a quel che resta di ciò che fu, un tempo, il suo corpo.

mercoledì 30 ottobre 2013

Prendi una mattina per caso.

Per esempio dopo aver lasciato la grande a scuola.
Che ne dici se ce ne andassimo a spasso, io e te?
La piccola fatina rise e dimenò il capo, farfugliò qualcosa come a dire sì.
Lei nel passeggino, veicolo pensato al solo scopo di passeggiare, io tappeti di foglie secche sotto i piedi, e marciapiedi (strutture pensate al solo scopo di marciare a piedi).
Passeggiamo dunque.
Ottobre alle ultime battute ci concede una giornata inaspettatamente luminosa e dorata, una di quelle giornate classicamente autunnali, di quell'autunno che disegnavi a scuola, nei cartelloni appesi alle pareti dell'aula, con tutte le foglie colorate appiccicate. Qualcosa del genere.
In sostanza è stato bello.
Io, lei, e l'autunno, così, senza motivi particolari.
Perché non capita quasi mai che dedichi del tempo esclusivo a lei, a me e a lei.

giovedì 24 ottobre 2013

Generatore automatico di immagini mentali.

Allora, premetto che in questo momento dovrei forse finire di dare l'impregnante alla libreria di Mimi, e poi carteggiarla, invece di mettermi a scrivere un post, che poi arriva l'amica, mollo a lei la piccola che dorme invece di abbandonarla da sola in macchina e sentirmi una madre degenere una volta di più, e corro a prendere la "glande". Dopo di che avrò esaurito il tempo libero giornaliero a mia disposizione.
Per cui considerate, o voi che leggete, come un immenso privilegio questo mio estremo sacrificio (ma chi te l'ha chiesto?).
Tra le tante cose che avevo in programma di scrivere da tempo e mai riesco per carenza di tempo e concentrazione, non ne scriverò manco una, ma mi consolo constatando che la mia personale capacità di valutare il livello di interesse di ciò che scrivo non corrisponde a quella del pubblico.

venerdì 18 ottobre 2013

La verità, tutta la verità e nient'altro.

Sono io, sì, sono proprio io quella stronza che ogni giorno parcheggia sulle strisce pedonali.
Eddai, qualche volta metto pure le quattro frecce, se mi ricordo, fosse fosse che decida di passarci un amico della municipale.
Se solo capissi come si imbocca la strada della scuola, non sarei costretta a lasciarla lì, all'angolo, sulle strisce, ogni maledetta mattina di pioggia. Ché io se no ci vado pure in bici a portare mia figlia a scuola, ma che posso farci se piove? E che quello è l'unico posto che trovo nelle vicinanze al mattino.
La prima volta che andai in macchina ho fatto per tre volte il giro dell'isolato incastrata tra sensi unici e orario di ingresso, alla fine mi sono detta: oh, qui non c'è modo di arrivare davanti alla scuola, tanto vale.

martedì 15 ottobre 2013

sabato 12 ottobre 2013

Io mamma scassamaroni e l'ingresso alla materna.

Un'altra settimana è andata, e devo dire che, ragionando a freddo, decantate le prime impressioni "sull'onda emotiva", non sta andando malaccio. La scuola dico. Ve l'avevo preannunciato o no che ci sarei tornata? Scommetto che eravate in ansia a non saperne più niente.
Mimi ci prova tutte le mattine, a dire che quel giorno è stanca, o che preferisce tornare alla scuola vecchia (al nido), che per la materna non è ancora abbastanza grande, che si era sbagliata.
Poi però, giunti al venerdì ha esaurito tutti gli argomenti e si lascia condurre docile argomentando di compagni che hanno fatto questo e quello, e consapevole del fatto che all'indomani la scuola è chiusa, perché non manco di farglielo sapere, che venerdì è l'ultimo giorno di travaglio, e poi c'è il week end, e credo che sia importante, questo scandirle il tempo della settimana che va esaurendosi, perché l'aiuta a guardare le cose nella giusta prospettiva, anche se l'idea vera e propria del ciclo settimanale credo continui a sfuggirle.

martedì 8 ottobre 2013

Cronaca di un salvataggio.

Foto presa da qui

Ore 15:29. Usciamo di casa, io e la piccola fatina, per andare a prendere Mimi a scuola.
Il cielo è solcato da sporadiche nuvole a grappoli, ma sembra non minacciare pioggia; aleggia un'aria umida e pesante, stantia, palpabile che pare di essere ai tropici.
Ricevo messaggino di amica che recita: "Noi si pensava di andare al giardino verso le 4. Vi ci troviamo?"
Rispondo che sì. Approfittiamo finché possibile di queste belle giornate, ché abbiamo tutto l'inverno davanti per intristirci in casa!

venerdì 4 ottobre 2013

Insonne e inconcludente.

Ho appena cliccato sul pulsante "nuovo post", ed ecco, il panico mi assale.
Quando dormi quasi nulla la notte, accade che poi di giorno hai la testa come fosse piena di sabbia. Se la muovi ti sembra faccia il rumore che fa, per l'appunto, della sabbia dentro una maraca, e ti pesa come se fosse, proprio,  piena di sabbia. Percepisci i suoni come se tutto intorno fosse ovattato, e anche i contorni delle cose e i loro colori ti sembrano, così, un po' sbiaditi, un po' evanescenti.
E un pochino questo cielo lattiginoso ci mette del suo, ma non son qui a parlar del tempo.
Del resto non so precisamente a parlar di cosa sono qui.

In questi giorni ho scritto un sacco di post fighissimi, di cui sono strafiera.
Li ho scritti nella mia testa, quasi sempre mentre andavo ad accompagnare Mimi a scuola, in bici oppure a piedi, con il passeggino, lei sulla specie di pedanina che abbiamo scoperto atta a sostenere i 13 Kg di una treenne, e la piccola sulla seduta, piegata a panino, come dice Mimi, tutta in avanti a guardare il mondo venirle incontro e ad addentare la barra di gomma che fa da parapetto dello stesso.
Questo passeggino raccattato al cassonetto è davvero fenomenale, ha delle doti di cui non avrei sospettato.


mercoledì 25 settembre 2013

Liste. E altro.

Grembiule a quadretti rosso
Un sacchetto di stoffa con nome (dentro un cambio completo scarpe comprese)


C'è qualcosa nell'attesa di un inizio che mette sempre un leggero filo di...


Pennarelli a punta grossa.
Pastelli a cera.


Non saprei. Ansia? Trepidazione? Emozione? Impazienza? Agitazione? Commozione?
Tu stai lì che ripassi la lista delle cose da portare, e intanto ti accorgi che non hai pronta un'emerita ceppa di nulla. Il grembiule è da maschio, perché l'unico modello a quadretti rossi che era rimasto al supermercato era con i palloni da rugby, e la risma è sbagliata.

venerdì 20 settembre 2013

Morte dell'estate.

L'estate muore in un autunno bizzarro.
In un autunno dolcissimo, avrei detto qualche tempo fa, prima dell'arrivo di queste piogge melancuniose.
Ora ci regala giornata piene di una luce dorata che investe chiome ancora frondose dei grandi platani che svettano sopra i tetti della città, nell'orizzonte della nostra terrazza.
Tanta poesia in questa morte d'estate, come in tutti i canti del cigno.
Ma comunque ne abbiamo avuto abbastanza, dell'estate dico.

Proprio non capisco quei tizi che ancora se ne stanno in spiaggia a prendere il sole di settembre che ci mostrano insistentemente al telegiornale.
Basta, è ora di voltare pagina.
Qui più prosasticamente parlando, siamo tutte in spirito di nuovo inizio.

lunedì 16 settembre 2013

Soggetto altamente infuenzabile.

Il poste shop è luogo periglioso per chi osi inoltrarsi tra i suoi scaffali nell'attesa del proprio numero d'ordine.
Non credete di essere in salvo solo perché avete solo intenzione di fare un giretto tanto per ammazzare i tempi di attesa.
Non crediate che, giacché ci siete, darete anche un'occhiata per vedere se tra i dvd esposti c'è qualcosa che può interessarvi. Nemmeno se avete ben chiaro in mente quello che cercate, e siete determinati a prendere nel caso quello e solo quello, e nient'altro.

- Posso aiutarla?
- Beh, giacchè c'è, lo chiedo a lei: avete mica Il libro della jungla?
- Uhm... Il libro della jungla... Aspetti che guardo... (Se è per questo potevo fare anche da sola, grazie). No, non mi pare, no.
- Ok, grazie.
- Ma abbiamo Robin Hood! (Sì, lo vedo anche da me, grazie).
- Grazie, ma Robin Hood ce l'abbiamo già; cercavo proprio Il libro della jungla.
- Peter Pan?
- Ce l'ho.
- La spada nella roccia?
- Ce l'ho.
(Mi guarda con sguardo di sfida. Forse non mi crede? Come si permette??)

venerdì 13 settembre 2013

Prendi un week end per caso.

Ogni tanto bisogna fare così, che si piglia e si va.
Ché se no, rimanda che ti rimanda, poi arriva di nuovo l'inverno, e noi non siamo gente da montagna, proprio no, e preferiamo muoverci col caldo.
Il viaggio spaventa sempre un po', ma alletta e ammicca. Le pupe sono buone, il clima favorevole, la viabilità... lei, no: ci è ostile, ma il panorama ripaga.



martedì 10 settembre 2013

L'età scanzonata.

Arrivati, finalmente.
Lui spegne il motore, tira il freno a mano. Silenzio. Solo la radio continua a suonare vecchio rock anni '70.
Loro dietro schiantate di sonno, ognuna nel proprio seggiolino.
C'è stato un tempo in cui me ne sarei rimasta così per un tempo imprecisato.
Il relax di sapersi arrivati, la pigrizia di indugiare ancora in macchina, seduti ad ascoltare la musica, a motore spento, canticchiando o parlando d'altro o lasciando vagare la testa.
Invece ora lo sai cosa ti aspetta.
Incollarsi loro su per le scale, ansimando sotto il peso dei tre anni di lei, o dell'ovetto dannatissimo dell'altra, a seconda della ripartizione dei pesi tra i due genitori. Poi magari tornare giù per incollarsi il resto del bagaglio, le restanti due tre borsone compresa borsa frigo da 2 Kg a vuoto, circa 10 a pieno carico.

mercoledì 4 settembre 2013

Il Parco di Pinocchio a Collodi: dentro la fiaba.

Era da tempo che volevo farlo, non stavo nella pelle...
Ho approfittato della nostra vacanza Km 0 (eccheppalle! Guarda che abbiamo capito, eh! Brava, che vuoi che ti diciamo? Ok, ve bene, non lo dico più), per mettere in atto il mio ossessivo proposito...
Volete saperlo? E' stata una figata!
Cioè: è stata una favola, che è più appropriato. Anzi, meglio: una fiaba.



venerdì 30 agosto 2013

Come di domenica mattina.

Ogni tanto la perfezione pare affacciarsi alle tue giornate.
Niente di eclatante, nessuno squillo di tromba, nessun avvenimento epocale.
Solo la quotidianità, in un giorno normale che ti sembra d'esser di domenica mattina.
Una di quelle domeniche mattina della tua infanzia, quando il giorno è ancora nuovo e silenzioso, e per strada ti affacci e non vedi nessuno, o solo un cane o una vecchina o due, e il megafono dell'ombrellaio in lontananza.
Ora che l'estate preannuncia il suo canto del cigno e la mente si rischiara, i pensieri si rinfrescano, il cielo è sgombro, la luce è ancora quella dell'estate, ma si sta bene in casa e i vestiti non si attaccano alla pelle, e si sta bene fuori casa e puoi uscire a qualsiasi ora senza paura di far prendere un' insolazione alle bambine.

giovedì 29 agosto 2013

Vacanze a Km 0. Seconda parte.

Vista la calorosa accoglienza dei miei storici follower all'ultimo post, faccio un piccolo sforzo per aggiornare circa le nostre favolose vacanze a km 0. (Ma chi te l'ha chiesto? Giusto.)
Sul finire di questo mese il tempo rinfresca, e anche il mio cervello ricomincia a funzionare un po'. Suppongo si sia preso anche lui una discreta vacanza, vista la sua totale inefficienza delle settimane passate.
Ora mi pare ritemprato, e lavora febbrilmente a partorire idee di cose che vorrei scrivere qui. Il problema è che non gli tengo dietro, ma ci proviamo.

Dicevo che quest'anno ho scoperto le vacanze a Km 0, e non è andata male.
E' andata così.

venerdì 23 agosto 2013

Compendio di mezza estate (e pure un poco più).

Vista la mia prolungata e non preannunciata assenza da queste pagine, mi sento un po' in dovere di dare delle delucidazioni a qualche ipotetico aficionado, ma senza esagerare.
No, non ero in vacanza, ma sotto stretto placcaggio delle due pupe.
In apnea direi, e malgrado i miei reiterati propositi di fermarmi una mezz'oretta ad aggiornare il blog, non c'è stato verso.
Concessami solo due settimane a casa di mia madre, mentre il beduino "svernava", si fa per dire, il suo Ramadan in Libia.
E comunque grandi novità gente.
Far perdere le proprie tracce del resto nell'epoca del GPS è praticamente impossibile, e io non sono certo una nota criminale nazista per permettermi tale lusso.

venerdì 2 agosto 2013

Che rabbia! Leggiamoci su.

Tanto per continuare sul filone emozionale,dopo aver parlato profusamente dell'indole focosa di Mimi, mi sembra giusto riallacciarmi alle mie precedenti riflessioni proponendo due librini a tema.
Questi due:

Titolo: Che rabbia!

Autore: Xavier Deneux.

Editore: Tourbillon.

Età: 2 anni.

Titolo: Che rabbia!

Autore: Mireille d'Allancé.

Editore: Babalibri.

Età: 3 anni.





Il primo è un dono della nonna dello scorso anno, stesso periodo, infatti, mi pare, arrivò per il secondo compleanno di Mimi che noi eravamo in vacanza e lei andava sfoderando di giorno in giorno una serie di formidabili piazzate isteriche diurne e notturne, che devono aver lasciato il segno nella memoria di chi trascorse con noi tutta o parte di quella spossante vacanza.
Il secondo l'avevo acquistato io dopo aver letto qualche recensione positiva qua e là sul web e avergli dato un'occhiata in libreria, anche se poi ho preso on-line la versione in brossura, naturalmente più economica rispetto a quella rilegata, e sufficiente a mio parere in rapporto all'impatto del libro, che in fondo non è tra i nostri più gettonati.
Ma, a parte la scarsa fantasia dimostrata nella scelta del titolo dai due autori, quel che mi ha colpito è stato l'approccio molto simile nell'affrontare il problema, e poi il fatto stesso che esistessero due libri che si ponessero l'obiettivo di far riflettere i bambini su un loro stato d'animo tanto naturale quanto a volte al di fuori dal loro controllo, e in certi casi, soverchiante.

Il fatto è che prima di avere Mimi, non avevo mai pensato che la rabbia potesse rappresentare un argomento di discussione e riflessione, nè un elemento talmente presente nella vita di un bambino da dover addirittura diventare oggetto di strategie per affrontare il quale.
Poi è capitata questa figlia da mille litigi al giorno (in effetti il periodo in cui i due librini furono acquistati, tra i 18 mesi e i due anni, fu davvero di fuoco, e non passava giornata senza infiniti pianti e urla e nervi a pezzi), che di punto in bianco nel giro di pochi mesi mi si era trasformata nell'incredibile Hulk, e non è strano che sia io che mia madre, all'insaputa l'una dell'altra abbiamo avuto la stessa pensata, di prendere cioè in contropiede quella rabbia, attaccandola dal lato per il quale Mimi si mostrava più abbordabile e docile: la lettura.

Ora c'è da dire che, per quanto simili, i due libri si riferiscono secondo me a due età un poco diverse.
Il primo forse può essere adatto a bambini intorno ai due anni, ancora poco avvezzi a letture articolate su più livelli interpretativi, con una storia molto semplice, un testo ai limiti della didascalia.
Il secondo forse richiede una capacità di estrapolare dalla storia che appartiene ai bimbi già intorno ai tre anni, che iniziano inoltre ad essere in grado di ragionare sopra i loro comportamenti e in parte, se aiutati e guidati con pazienza dai genitori, anche a tentare di modificarli.
Noi ci stiamo lavorando da entrambe le parti, perché mi ritrovo molto spesso a pensare che le mie risposte alla sua rabbia finiscono troppe volte per approdare in atteggiamenti a loro volta violenti: urla, minacce, ricatti, lunghi rimproveri, umiliazioni verbali (quando fai così sei proprio piccola!), talvolta bruschi allontanamenti da me che la gettano nella disperazione più totale.
Non è facile, dunque, fronteggiare la rabbia nelle sue derivazioni più tenaci e recidive, non solo da parte dei bambini che la vivono dall'interno, ma neppure per un genitore che si trova nel difficile e duplice compito di fronteggiarla dall'esterno, offrendosi come punto di appoggio per il piccolo in balia dei propri impulsi distruttivi, e di gestire la propria, fornendo quindi un immediato esempio comportamentale su come dominarla e gestirla anche nelle situazioni più critiche.
Diciamo che da questo punto di vista i due libri possono costituire anche un riferimento per quel genitore che cerchi risposte positive da proporre nei momenti di crisi da furia infantile.

In questo senso i due libri offrono risposte simili ma differenti.
Nel primo libro due coniglietti Marco e Lisa giocano insieme, ma il crollo della torre che stavano costruendo fa infuriare Marco, che inizia a dare sfogo alla sua rabbia tirando calci a destra e a manca.
La crisi viene superata quando Lisa decide di allontanarsi un po' e di dedicarsi per conto suo ad un'altra attività, dalla quale ben presto anche Marco si lascerà coinvolgere, dimenticandosi semplicemente i motivi della sua precedente rabbia.
Nel secondo libro Roberto torna a casa di pessimo umore e dopo una serie di rispostacce viene mandato in camera sua dal papà. Qui la rabbia accumulata esplode finalmente e prende la forma di un rosso bestione che inizia a dar sfogo della propria forza distruttrice mettendo a soqquadro la stanza.
A un certo punto, allarmato dai danni che quel bestione stava combinando, è Roberto stesso a porre un freno alla "cosa", che viene cacciata dentro una scatola, permettendo così al bambino di rimediare ai guai combinati.

Il primo racconto, di una semplicità disarmante, credo si rivolga a bambini ancora piccoli, per i quali l'esplosione subitanea di rabbia può essere dettata da un episodio frustrante, nel gioco per esempio, che vanifica l'impegno profuso alla realizzazione di un certo obiettivo.
Conosco. Lo faceva anche Mimi quando era più piccola, ogni volta che le si proponeva un gioco che non era capace di utilizzare. Lo ha fatto a un anno con la mousebox, lo ha fatto fino a pochissimo tempo fa con le costruzioni da impilare. Lo faceva quando voleva ma non riusciva a infilarsi e sfilarsi da sola scarpe, giacca o altro. Le mancava la pazienza di imparare dai propri errori. Le saltava la mosca al naso e buttava tutto all'aria.
Ma poi con l'aumentare delle proprie capacità manuali anche questa fase è passata.
Devo dire che il suggerimento del libro di ignorare e passare ad altro, finchè il bambino non si distrae interessandosi ad una qualsiasi altra attività proposta indirettamente dal genitore non sempre funziona, ma può essere una strada.
Che il bambino parta invece da questa storia per lavorare sul proprio comportamento mi sembra poco auspicabile a livello pratico, ma forse utile come esemplificazione a posteriori di situazioni fin troppo note in cui rivedersi, e iniziare a capirsi.

La storia di Roberto è un pochino più complessa perché intanto la rabbia nasce da uno stato d'animo rancoroso che va in crescendo, e non da un singolo episodio, come è tipico di bambini che già iniziano a saper dominare i propri impulsi, ma poi "sbrocca" tutto insieme e si materializza in un essere al di fuori di lui. Non credo che questa metafora sia di facile comprensione per un bambino, neppure dell'età della mia (3 anni).
Infatti credo che il significato della storia lo abbia poco "afferrato" fino a poco tempo fa.
Poi di recente lo abbiamo ripreso in mano e ci abbiamo un po' ragionato sopra.
Le ho spiegato che a volte, quando uno è tanto arrabbiato, può fare delle cose proprio brutte, che non vorrebbe fare mai, come se ci fosse un mostrone dentro di lui/lei che le facesse al posto suo, e quel mostro noi lo chiamiamo "rabbia".
Come per Roberto anche a noi capita a volte di non essere in grado di fermarlo subito, ma appena riusciamo a farlo, dobbiamo sforzarci di rimandarlo nella scatola e ritornare sereni e sorridenti al vivere civile, prima che faccia troppi danni.
Capire, ha capito. Credo ci si sia identificata molto: "La mia labbia è nela. Quella di Lobelto è lossa" ha detto (e credetemi se vi dico che la sua è nera per davvero). Del resto è una bambina che riflette molto sui suoi comportamenti e ci ritorna sopra, ci ragiona a voce alta cercando risposte e capisce quando sbaglia.

E per quanto riguarda il "vai in camera tua e ritorna solo quando ti sarai calmata": ci ho provato e funziona abbastanza. Impedisce a me di trascendere, permette a lei di decidere da sola quando crede di essere in grado di affrontare di nuovo il mondo delle ordinarie relazioni umane, e insieme legittima entro certi limiti il suo stato emotivo. Succede a tutti di perdere il controllo, e va bene.
Del resto se la rabbia esiste, avrà pure una qualche utilità nell'economia della sopravvivenza della specie e dell'individuo. rappresenta forse un meccanismo di autodifesa del nostro amor proprio.
Il problema è solo non permetterle di impedirci del tutto di vivere, essere capaci di riporla "nella scatola" una volta dato sfogo alle nostre pulsioni distruttive. Capire che possiamo entro certi limiti dominarla, credo aiuti molto la considerazione di sé, e della propria autodeterminazione, senza inutili indugi sul come ci si deve comportare e sensi di colpa annessi e connessi.

In definitiva: due librini senza troppe pretese, che mi sento di consigliare a quei genitori che brancolino disperati tra le maglie degli scoppi d'ira non sempre giustificati, previsti o arginabili dei loro bambini che crescono, quando la rabbia è un ospite abituale e scomodo...

E dopo questo ennesimo pippone pedagogico, eccovi qui di seguito l'accattivante recensione tratta dalla libreria virtuale di Mimi. Enjoy yourself!

L'ira funesta cantami o diva. Ovvero: il ruggito del coniglio mutante.

Marco e Lisa, due simpatici coniglietti umanoidi, giocano in giardino: vogliono costruire una torre altissima, ma l'impresa non è facile come sembra... All'ennesimo crollo della sua grande opera, Marco perde il controllo dei suoi deboli nervi di roditore, tramutandosi in terribile coniglio mutante distruttore.
Lisa corre ai ripari: riuscirà a sedare la furia distruttrice del suo amichetto?
Conturbante epopea esistenziale, ispirata, come sembra, al celebre super eroe mutante noto come l'Incredibile Hulk,vittima di inarrestabili eccessi di verde bile. Ma il filone dell'eroe furioso affonda le sue radici ben più indietro nella storia della letteratura universale: dal divino Achille, al paladino Orlando, fino ad approdare alle più moderne nevrosi sociopatiche e omicide di Taxi Driver, la rabbia repressa è la vera protagonista di questo ameno libriccino, da considerarsi una sorta di psicodramma della violenza per i lettori più piccini.
(NB: oh, non è che dovete prendere sul serio tutte le idiozie che scrivo, eh!)

Suster per: i venerdì del libro.

Vedi anche le nostre precedenti recensioni su: Libri di pupa 

martedì 30 luglio 2013

C'era una volta...

... una principessa, naturalmente.
Anzi! Due.
Due principesse, piovute sulla terra da mondi lontani.
Una si chiamava Artemisia e l'altra Ipazia.
Una aveva fragranza di gelsomini, e fieno tagliato e grano maturo e terra riarsa, e sale sulla pelle, e frinire di grilli nelle orecchie la sera, e chiasso di cicale di giorno.
L'altra aveva la pelle profumata di violetta, e terriccio umido e foglie cadute e occhi grandi color castagna e prime piogge.
Arrivarono un giorno, anzi, due giorni, vicini ma distinti e dovettero imparare ad adattarsi al diverso terreno, a mettere radici e attecchire sul fertile ma a volte impervio suolo terrestre, a gestire nuove facoltà sensoriali, a muoversi e agire nello spazio e nel tempo, a conoscere le cose nuove e relazionarsi con gli esseri che popolavano quella loro nuova Patria.



Artemisia arrivò per prima, e l'accolse il sole caldo e la luce; ancor prima di guardarsi intorno si sentì molto arrabbiata, di tutto, e iniziò a urlare infuriata.
Artemisia aveva il fuoco nelle vene, ma custodiva dentro un animo da principessa, che piano piano le rivelò anche la bellezza di quel mondo in cui era stata catapultata, così senza poterlo decidere, senza sapere come né perché, o per volere di chi. Allora pian piano la rabbia e lo scontento iniziarono a sopirsi, e lei guardava quel mondo con occhi sognanti.
Più di tutto amava i fiori, la loro delicatezza e i loro profumi, i loro colori così vari, le loro forme così mollemente dissimili e sapientemente simmetriche.

Ipazia aveva un gran sonno, quando arrivò, si sentiva stanca e spossata per il viaggio, a dirla tutta non aveva una grandissima voglia di guardarsi intorno.
Ma nel sangue covava i germi dell'amore per la sapienza e dell'arte teatrale. Presto schiuse anch'ella i suoi grandi occhi al nuovo mondo e iniziò a scrutarlo meditabonda.
Ipazia osservava, rifletteva e speculava, di tutto si faceva un'idea, ma sospendeva i giudizi pertanto che non fosse giunto il tempo.

Artemisia imparò presto il fascino della parola. Scoprì che gli esseri di questo mondo comunicavano modulando suoni e con quelli componevano pensieri, racconti, emozioni. Volle penetrare gli arcani di quei codici e imparò a dominarli, a conoscerli e a domarli. Ne esistevano di diversi e vari, e tutti avevano suoni differenti e differenti significati e differenti modi di esprimerli, ed era come un oceano infinito la parola che poteva dare infinite derivazioni e coniare infinite storie.
Artemisia amava le storie. Amava ascoltarle e amava inventarle.
Vedeva storie ovunque nel mondo intorno a lei. Storie di re e regine, ma anche di pezzi di legno, di ranocchie, di fiori, di gatti e di topi, di pulci e di orologi. Ogni cosa aveva una storia da raccontare, ogni cosa aveva una sua bellezza sottesa all'immagine visiva, e la parola la rivelava.

Ipazia speculando e speculando, finì per interessarsi assai alle leggi del moto, dello spazio, dell'equilibrio e della statica. Ipazia amava muoversi in quello spazio, sperimentando col proprio corpo. Trovava punti di equilibrio, sfidava la gravità, inventava figure acrobatiche. Si arrampicava, saltava, piroettava. Apprese insomma l'arte di dominare lo spazio.
E mentre Artemisia dalle lunghe ciglia raccontava e inventava, Ipazia dai grandi occhi carambolava e cogitava, il tempo passava.
Artemisia, visionaria e affabulatoria e Ipazia, dinamica e meditabonda.
Artemisia passionale e diffidente e Ipazia, tranquilla e indipendente, crescevano in grazia e bellezza, come tutte le principesse.
Le due principesse vivevano sulla Terra in luoghi distanti ma non lontanissimi da non potersi comunque incontrare saltuariamente, all'inizio ignorandosi reciprocamente, o interagendo solo per intralciarsi l'un l'altra, poi piano piano iniziando a riconoscersi, a intendersi, a cercarsi.
Quando si trovavano si scrutavano, si chiamavano e si abbracciavano.

A volte Artemisia indossava romantici vestiti di raso a balze, e si pavoneggiava rimirandosi nel riflesso di uno specchio d'acqua, improvvisava con grazia un passo o due di danza accompagnandoli con versi di canti ideati sul momento.
Ipazia era una farfalla leggera che saltellava tremula nelle sue vesti svolazzanti, ma aveva una criniera dorata come quella di un leone. Era impavida, e tutto voleva esplorare e sperimentare, ma poi rapidamente si stufava e passava ad altro, sempre sfarfallando di fiore in fiore, di saltello in saltello.
Quando Artemisia, tenendosi l'orlo del vestito di raso, tentava di tenerle dietro, a volte incespicava, altre finiva in terra con grande desolazione.
Quando Artemisia le mostrava qualcuno dei suoi animali immaginari e le illustrava le loro caleidoscopiche avventure immaginarie, Ipazia le diceva di non vedere proprio un bel niente: niente amico topino, niente fatine dei fiori, niente piccolo scoiattolo scureggione. Ma come non lo vedi, Ipazia? No, non c'è niente qui.
Eppure, pur parlando linguaggi diversi e dissimili, e malgrado sporadiche tirate di capelli e botte in testa, le due principesse continuavano a cercarsi sempre, e con grande cordoglio ogni volta Artemisia faceva le valige per far ritorno nel suo regno distaccato, salutando Ipazia fino alla prossima volta.
Intanto il tempo continuava a passar loro accanto, stagione dopo stagione.
E loro crescevano.
Ed era così bello vederle crescere insieme, così diverse, ma non distanti, lontane nella vita, ma non nel cuore.


martedì 23 luglio 2013

Nel bel mezzo di una torrida estate.

Luglio macina giorni e noi siamo sempre qua che arrostiamo. Mattina a casa, addormento bimbe tra aria condizionata e pignatte sul fuoco per il Ramadan, che arriva sempre a rompere le balle quando meno te l'accolleresti.
Escursione termica tra la cucina e la camera da letto: 30°C.
In terrazza picchia il sole ma tira per fortuna 'nu poco di venticello clemente. Le mie lenzuola sono già asciutte.
Fuori rapsodia di cicale.
Pomeriggi ai giardini ad ammazzare zanzare e spingere altalene.
Bambine con la cacarella. Lenzuola come se piovesse. Pipì sui materassi. Lavatrici su lavatrici: non aspetto nemmeno la sera per sfruttare la tariffa bioraria, guarda.
La prossima bolletta dell'Enel mi stenderà. Pazienza.
Montalbano che mi occhieggia e mi ruba minuti di straforo, mentre disegno plincipi e plincipesse e assemblo biciclette senza pedali. Lei ha detto che la prossima volta li vuole, i pedali.
Io ho replicato: intanto impara ad andare su questa, poi si vedrà.
Lei dice che la voleva azzulla (come al solito).
Io le dico: allora la diamo a Rania.
Lei risponde: no a Lania no.



Intanto butto via spazzatura a rate e attendo settembre per cercare di mettere un po' d'ordine in questa casa che soccombe sempre più sotto l'ingombro del nostro inutile ciarpame.
Il beduino che continua a portarne a casa a valanghe. Chissà dove rimedia certe porcherie.
Ora abbiamo un delizioso salottino di divani e bis di poltrone in legno e pelle marrone sul nostro ameno terrazzo. Dicevo che avremmo potuto farne volentieri a meno.
Non è che se qualcuno le butta via noi dobbiamo ficcarcele in casa.
Sarà un problema mio ma non vedo dove sarebbe l'affare: doversi ammazzare doppiamente per buttarle via di nuovo.
Stamattina mi ha svegliato alle sette una bambina in abitino di cotone a fiori viola e ciabatte infradito di Minnie.
- Mamma! Svegliati svegliati dai: andiamo al male?
Nel senso di "mare".
Non mi sarei azzardata mai a prendere in considerazione l'idea di caricarmele entrambe al mare da sola, se solo non l'avessi vista lì, già pronta a modo suo per la spiaggia, alzata e vestita, che si preparava la borsa con l'inevitabile essenziale (tipo una pigna, pennarelli, la padella della sua cucinetta di legno, pezzi di cose a casaccio).
Non le ho detto che il vestitino se l'era infilato avanti-retro, però. Se n'è accorta lei quando ha visto la "letichetta" spuntarle sul davanti.
- Hai visto che bel vestito? Con le maniche a palloncino e le balze! Tono plopio una bellizzima plincipezza.
Ma da dove le tirerà fuori certe cose?
Va be', ormai sono un mostro a prepararmi per il mare in quindici minuti netti.
Peccato che poi: Mimi devi fare pipì? No. mimi fai pipì. No, non la devo fare. Mimi hai fatto pipì?
E portala al cesso, e falla cambiare, e rivestila, e convincila che sotto il vestito a balze può anche evitare di mettere i pantaloni lunghi jean's.
Mimi è faticosa.
Mimi spostati. Mimi dai su, muoviti, rapida.
Mimi mezz'ora per fare qualsiasi cosa.
Mimi che deve rifare da sola quello che tu hai appena fatto.
Mimi, ma al mare ci vuoi andare o no?
Mimi aspetta che ti metto la crema. No mamma la metto io la metto iooooo! No tu noooo! Levamela questa!
Mimi che pazienza.
Mimi mi sto rompendo. Mimi, ora mi arrabbio. Mimi, ancora non ti sei messa il costume. No. voglio le mutande losa a pois.
Va bene metti quelle cazzz accidenti di mutande a pois, il costume lo metto io in borsa.
Mimi mettiti i sandaletti con i fiori ché con le ciabatte non ci sai camminare.
Mimi togliti quelle ciabatte ché io non ti ci porto in braccio, eh. Ho già la borsa, e Rania, e la busta con gli asciugamani.
Mamma imblaccio!
Mimi, se vuoi andare al mare cammini, eh, come faccio io a portarvi tutte e due quando arriviamo? Mimi...
Non ci voglio più andale al male! Pelché tu hai fatto un cadino con me.
Che casino ho fatto con te?
Mi hai tlattato male.
(Sbuffo).
Sono le nove, noi siamo sulle scale di casa.
Se la giornata parte così può solo finire peggio.
Ma ti immagini io al mare con lei che mi piazza scenate e si fa i bagni di sabbia e la sorella attaccata alla puppa che mi casca dal sonno ma non dorme?
Terrore panico.
Non siamo andate più.
Meglio arrostire a casa che in spiaggia.
Meglio usare cautela con due pupe.
Intanto piovono gli inviti mondani: oggi pomeriggio invito ufficiale per festa di amichetta del nido con tanto di RSVP. Affittata per l'occasione terrazza panoramica vista mare a Tirrenia con animazione per i piccoli e rinfresco per i grandi. Non è che io muoia proprio dalla voglia. Ne ho abbastanza di feste di compleanno. E non (non solo) per l'evidente svantaggio che ne verrebbe dall'immediato confronto con la mia festa per Mimi nel giardino scacazzato dai cani e piscina gonfiabile.
Le ho chiesto: vuoi andare? Ha detto no.
Non devo esser stata tanto convincente nel proporglielo.
Dice che stava male, che ci aveva la diaiea.
E lo diceva  con una faccia che le ho creduto. E poi ha passato la mattinata sul water a farsi tenere le mani.
Certo se mi si beve l'acqua del ristagno delle fontanelle dei giardini bene bene non le può fare.
Vaglielo a spiegare al dottore poi come ha fatto a prendersi il tifo.
Ora loro dormono però, e il dilemma è: andare alla festa con le compagnucce sì o no?
Supplizio sicuro, meta incerta, bagno di sudore in auto assicurato. E oltretutto la festa non è nemmeno sulla spiaggia, ma "su una terrazza attrezzata senza acceso al mare".
Cioè: guardare ma non toccare. Come si può?
Stento a capire, sul serio.
Ma capisco sempre più perché l'idea di invitare i compagnucci del nido e genitori a seguito per il compleanno di Mimi mi riluttava tanto.
Non ci siamo proprio: mondi lontanissimi,universi non intersecantesi le nostre vite.
Trasmetterò a mia figlia la mia pressoché totale inattitudine al mondo alla vita e ai rapporti?
Probabile, ma che posso farci se è la mia natura quella di rifuggire da un certo contesto sociale che aborro?
Un giorno, forse, snobberà le mie attitudini eremitiche fricchettone snob, ma per ora lei ha detto che non ha voglia di andare. Non vedo perché dovrei insistere.
E la diarrea mi pare un ottimo alibi per defezionare...


domenica 21 luglio 2013

Compleanno a luglio. Atto terzo.

Sopravvissuta. Anche se per un pelo. E siamo appena ai tre anni.
La vedo dura.
Non so poi perché uno debba complicarsi tanto la vita quando basterebbe fare tutto più semplice e stressarsi meno.
Naturalmente ho voluto fare la festa a Mimi, come al solito oscillando tra volontà e indecisione, bloccata dall'idea del caldo, dell'assenza di invitati, del ramadan del beduino e del chimmeloffare, ma alla fine mi son detta: basta, questo compleanno si ha da fare.

Malgrado miei errori organizzativi madornali, tutto sommato non è andata poi malissimo, se si eccettua:
  1. inspiegabile quanto imperdonabile assenza del genitore maschio dalla festa fino alle dieci di sera circa perché trovavasi in giro per l'Italia a contrattare camion e lamentava imponderabili ritardi ferroviari che gli hanno impedito il subitaneo ritorno.
  2. conseguente spiegabilissima e perdonabilissima incazzatura di genitore femmina.
  3. pessima scelta dei tempi di azione che han reso la festa una lunga agonia di adulti e bambini.
  4. pessima scelta della location.
  5. tentata fuga della festeggiata in tenuta da principessa rosa con diadema e bacchetta magica.
  6. distruzione psicofisica della mamma organizzante, nonché delle due figlie, partecipi e loro malgrado spettatrici attive delle tragicomiche vicende organizzativo-festaiole.
  7. esubero di regali.
Eccovi dunque qualche saggio e utile consiglio che, con il senno di poi, mi sento di dare a chi volesse, casomai, impelagarsi nel compito di organizzare nel cuore di un torrido luglio, la festa di compleanno per sua figlia treenne pur non avendo soldi per affittare un "bagno privato" al mare (non si intende come toilette, ma come porzione di spiaggia attrezzata) e pur non potendo vantare una grande disposizione e propensione personale per le public relations (ovvero proprio zero), né del sostegno pratico ed emotivo di un partner-padre dotato al contrario di grande disposizione e propensione per le stesse, ma inspiegabilmente assente.


Cibo fai da te. Sì. Se avete esperienza nel campo. Malgrado l'imponente mole di responsabilità e conseguente ansia da prestazione che in voi potrebbe comportare l'idea che un certo numero di persone dovrà cibarsi di ciò che avete cucinato voi e pure trovarvi un cero diletto (sempre, ahimè, nel cuore di un torrido luglio), vedrete che ne sarà valsa la pena, anche se più della metà delle pietanze preparate vi rimarrà nel frigo, perché un rapido calcolo delle proporzioni tra numero di invitati presenti e quantità del cibo non poteva che comportare queste ovvie conseguenze.
Cucinare di notte. Magari no. Ma in assenza di alternative anche sì. Ciò comporterà un aggravio delle vostre precarie condizioni emotive e di generale confusione mentale, in misura direttamente proporzionale all'ora notturna in cui avrete terminato il gravoso compito. Se non avete una neonata che si sveglia ogni mezz'ora imponendo il vostro pronto intervento di tetta, e costringendovi a lasciare in sospeso le vostre faccende gastronomiche, magari riuscirete a cavarvela prima delle 4 del mattino.


Festa in casa. Sì, se reputate di avere lo spazio sufficiente. Se no potreste chiedere come favore all'amica che abita due piani sotto al vostro, di mettervi a disposizione all'uopo il pezzo di terra che pertiene il suo appartamento, normalmente deputato al pascolo brado dei cani (due, di grandi dimensioni). Questo comporterà che voi dobbiate comunque provvedere ad un'accurata pulizia preventiva del luogo onde epurarlo dalla presenza di escrementi canini tutt'altro che eventuali.
La cosa potrebbe risultare difficoltosa qualora abbiate anche in contemporanea due bambine insonni da gestire mentre rastrellate il terreno sollevando nuvole di polvere raccattando cacche a non finire, ma lo farete, pregustando con febbrile entusiasmo il successone della fantastica piscina gonfiabile che pensate costituirà il momento clou della festa.
Terreno adatto al giuoco. Quel che non avevate previsto è che il terreno poteva non risultare troppo idoneo alla presenza di bambini molto piccoli. Addossando parte della responsabilità alle defezioni e parte al fatto che non mi sentivo pronta per riempirmi casa di mocciosi urlanti e dei genitori del nido, diremo che alla nostra festa c'era una sola invitata dell'età di Mimi, con al seguito una sorellina di un anno che non ha perso tempo per infilare mani e faccia nel terreno non molto pulito lordo. Ok, avete sbagliato: questa non è più una delle feste del vostro passato di studenti universitari (era meglio la terrazza, io te l'avevo detto! Ma in terrazzasi schianta dal caldo! Oh, allora fai come ti pare). L'unica mamma invitata difatti era piuttosto scocciata per l'inconveniente. La festa si trasferirà al più presto al piano di sopra, attrezzando in fretta e furia la terrazza di casa.
Tovaglia di Hello Kitty. Anche no. Se sapevo che era di Hello Kitty non la prendevo di certo. Ecco perché costava così tanto!
Borsa frigo per tenere in fresco le bibite. Ma non facevate prima a farla direttamente sul terrazzo di casa vostra 'sta cavolo di festa? Così le bibite le levavate direttamente dal frigo al momento e rimanevano più fresche, e soprattutto più accessibili. Ma tanto nessuno dei vostri invitati adulti avrà voglia di succo di frutta Bravo o altre bevande rigorosamente analcoliche.
Piscina gonfiabile. Andava bene pure più piccola a pensarci bene. E magari era meglio se non la riempivate fino all'orlo, che poi non si riusciva più nemmeno a svuotare tanto era il peso della massa d'acqua che le impediva pure di defluire dall'apposito tappo di scarico posto sul fondo. Ma va be', ci avete provato, non è andata.
Amici di sempre. Sì sì e sì. Se non fosse stato per loro, io starei ancora lì a piangere. A parte che se non ci fossero stati loro, la festa non sarebbe proprio stata, ché hanno fatto insieme da aiuto-organizzatori, manovalanza e da ospiti, riempiendo Mimi di doni anche un poco al di sopra delle necessità, e ciascuno secondo le proprie naturali inclinazioni, dal cavalletto dell'artista, all'aquilone da manovratore aereo, dalla cucina in miniatura al vestito da principessa, ma va bene, l'importante, e credo che anche per Mimi sia così, è che ci siano stati, anche chi è passato giusto un'oretta per salutare e poi è dovuto scappare a lavoro. Ché Mimi qui ci ha un sacco di zii e amici grandi acquisiti in eredità spirituale, e se da un lato questo fa sì che diventi destinataria di una quantità eccessiva di attenzioni e premure, è pur vero che ha sempre tre anni, e non c'è niente di male, io penso, a farle fare la principessa per un giorno, e ci sarà tempo per fare la festicciola con i compagni di classe, se mai mi dovesse smorcare la fantasia di fargliela fare (un giorno color arancio, chissà...)



 Regali. Hai un bel dire a tutti che vuoi limitare la mole dei regali, educare all'essenziale, non abituare all'eccesso, insegnare il valore dei gesti e non degli oggetti, emancipare dal materiale... i regali arriveranno.
E va be'. Fa' almeno che siano (anche) di tuo gradimento (ovvìa, chiudiamo un occhio sul vestito da principessa, che le è garbato così tanto...).
Ovvero: poco ingombranti che non ti riempiano casa (ci siamo riusciti secondo voi? Mah!), ragionevolmente sporchevoli e moderatamente futili.
Dicevo: poco ingombrantiiii!


Uff! che fatica farsi ascoltare! E poi alla fine passi per la madre bacchettona rompiballe, proprio tu che hai ordinato la bicicletta su quel sito di giocattoli all'ingrosso, coinvolgendo anche l'amica tua nel folle ordine di un mega pacco cumulativo di baloccaglia varia, però poi, temendo che non arrivasse in tempo per la data X, ti sei premurata di procurarti anche un secondo regalo di riserva.
E pensare che Mimi aveva espressamente avanzato due sole richieste: "un librino da leggere" e "l'ombrello delle principesse" (daje co'ste principesse!). Fatto. Fatto. Ci ha pensato mamma, ovviamente. Anche se lei si è dichiarata ormai stanca di scartare regali e si è concessa quell'ultima proroga giusto perché erano da parte mia. E comunque...
Una sorpresa al risveglio. Non ha prezzo!


 


Per dire: a lei bastavano pure i soli personaggi di Cenerentola e Biancaneba, giunti balzellon balzelloni da Roma impacchettati in fila indiana come i nani di ritorno dalla miniera di diamanti, per potersi ritenere pienamente soddisfatta del giorno del suo compleanno. Non si può rendere una bambina felice ancora più felice. Si rischia solo di sovraccaricarla. Ecco perché per il prossimo anno ci siamo imposte di comune accordo io e lei il limite massimo di due regali. L'ha deciso lei. E ho un anno intero per sceglierli con cura, senza sgarrare (stai a vedé).
Soffiare le candeline con un'amica. E' fondamentale ad una buona riuscita di un compleanno per il resto piuttosto disastroso. Ma in fondo: un giorno forse tutto questo dolore mi sarà utile. Mah!


sabato 13 luglio 2013

L'ira funesta.

Ok, partiamo da qui.
Sono piuttosto stremata.
Nemmeno una settimana che è finito il nido e ho le due pupe sul groppone da gestire in contemporanea, visita oftalmica per cisti palpebrale inclusa, spedizioni punitive (per me) ai giardini nel tardo pomeriggio "quando rinfresca" incluse, e sono un tantino provata.
E lei che urla, lei che piange per ogni cosa, lei che è tutto un no, tutto un "voglio farlo io" tutto un mandare all'aria se la contraddici, solo per tornare poi come acqua fresca alle carezze dell'amore, ai "mamma io ti amo", "Mamma, voglio stale con te".
Ok. Ma me l'avevano detto, quando paventavo la neonata ventura, che la parte più difficile forse non sarebbe stato tanto gestire la neonata ma...



La neonata, lei, è una neonata nella norma. Mi fa la grazia di piangere sottotono, e comunque compensa ridendo un sacco.
Poi ci ha 'sta capocciona che si trova al momento molto impegnata a voler gestire in asse col busto, ed è fantastica.
Ma la grande...

Si inizia col non dormire più di pomeriggio. Oh, be', era ora, mi pare di sentirli, loro, il coro di quelli che  "sei tu che non sai gestirla, 'sta figlia".
No, signori miei, mi oppongo, e non ammetto obbiezioni.
Mi ergo invece a difesa e baluardo di tutti quei genitori (o genitrici) di bambini con un carattere di merd di indole focosa. Ah, l'indole! Che idea! Che concetto! (Che alibi! -Sempre loro, mi par di sentirli!)
Faccio ammenda dei miei precedenti errori, io che, prima di essere genitore, ero anche io una senza figli, e allora era tanto bello e facile, e comodo, e dava un certo tono d'importanza sparare a zero sui presunti errori di genitori di figli altrui. Io che guardavo SOS Tata e inneggiavo a Tata Lucia e alle sue soluzioni universali. Io che, ora, quando snocciola le sue perle di saggezza pedagogica, le sparerei volentieri.
Si presuppone che se un bambino di tre anni rompe le palle più della media dei suoi coetanei, sia per forza di cose, colpa del genitore (leggi "della madre").
Si presuppone e lo si dice anche, apertamente: "Sei tu che l'hai abituata così" "Sei tu che non sai mettergli dei limiti" "Sei tu che la lasci troppo libera".
La interpelli su tutto, glie le dai tutte vinte, giustifichi tutto quel che fa.
Non sapete quante me ne son sentita dire.
E che cazzo però!

Mimi nella pancia mi puntava i piedi contro le costole togliendomi il fiato.
Me la immaginavo lì dentro stizzita e rancorosa nel suo ristretto mondo intrauterino a menar pedate per guadagnarsi spazio vitale da contendere con fegato e polmoni del genitore ospitante.

Mimi da zero a quattro mesi ha dato il suo buongiorno al mondo con grandi e clamorose, da diversi testimoni oculari ricordate con terrore costernato, scenate di pianti e urla da strappare il cuore e pure i capelli.
Lei nella sdraietta ci rimaneva all'incirca sette secondi e mezzo, prima di iniziare a manifestare il suo più sentito disappunto, sempre senza mezzi termini, nella maniera più energica che conoscesse, e malgrado la tenera età le riusciva piuttosto bene.
Lei a spasso nell'ovetto non ce la sono mai riuscita a portare. L'ovetto è stato infatti la new entry di questa seconda esperienza di maternità. Lei nel passeggino faceva affacciare alle finestre e ai balconi tutti i residenti limitrofi delle strade che battevamo nei nostri percorsi cittadini, che vogliamo chiamare "passeggiate", con grande sforzo d'immaginazione.

Da neonata il suo stato basic da sveglia era il pianto, con varie intensità e picchi, ma sempre difficilmente ignorabile, faticosamente arginabile.
Il mio era un continuo tenerla impegnata, distrarla, ninnarla, rintronarla di canzoncine e balletti, per distoglierla da quella rabbia cieca e sorda, da quell'incazzatura ancestrale che si portava dietro e che sembrava espressione di un suo moto interiore di protesta contro l'esistere, e l'esistenza, e il suo stesso essere al mondo, e contro me che ce l'avevo messa.
Saranno le coliche, uno si diceva. Ma poi sono passate le coliche e sono iniziati i dentini.
La cosa pareva dovesse durare per l'eternità.

Io poi non è che stavo bene eh. E' logico che mi fossi anche un po' esaurita pure io, a vedermi appioppata da una sorte beffarda e maligna cotanta erede, e già mi figuravo il resto di mia vita come un infinito supplizio, in perenne balìa  delle sue epiche sfuriate più o meno giustificate.
E allora c'è stato pure chi mi diceva che ero io, io che non ero serena, io che trasmettevo a mia figlia quell'irrequietezza che lamentavo, che paventavo.

Poi piano piano gli stati di quiete hanno iniziato ad affacciarsi nell'economia dei momenti di veglia, e infine ad essere abbastanza più frequenti, fino a sostituirsi come stato basic agli stati tempestosi, che però hanno continuato ad affacciarsi periodicamente nella sua e nella mia vita, con conseguenze a volte catastrofiche per la pace domestica.

Intorno agli otto mesi di sua vita, ricordo che è subentrato un ulteriore aspetto disturbante nell'armonia precaria del nostro rapporto: accadeva che non potevo fare un passo da lei senza provocare incontenibili e inconsolabili accessi di urla e pianti, tanto per cambiare. Non vi dico come fosse facile per me preparare la cena con lei avvinghiata al mio stinco urlante, barcamenandomi tra le canzoncine sul tappeto e la pentola sul fuoco.
Il pediatra me la definì come la "crisi dell'ottavo mese" e almeno il fatto che esistesse una cosa con questo nome mi tranquillizzò del fatto che prima o poi sarebbe passata (assieme all'ottavo mese, speravo).
Invece durò un po' di più, e io non riuscii a divincolarmi da Mimi fino a quando lei non imparò a camminare.
Ah, ma poi fu una pacchia: l'entusiasmo di potersi finalmente muovere in autonomia da me la rese molto  più gestibile e di "piacevole" compagnia.
Allora aveva circa un anno.
Poi a settembre feci la cazzata di mandarla al nido e tutto finì.
Un inserimento traumatizzante, sul quale avrei diverse cosette da rimproverare alle educatrici di turno, ma lasciamo perdere. Se voleva essere una terapia d'urto, l'intento terapeutico è drammaticamente naufragato. Ritornò ad avvinghiarmisi agli stinchi
Il trauma del distacco me lo fece pagare con moneta sonante di paturnie e grandi crisi di abbandono improvvise e incontrollabili per diversi mesi a seguire.

Intorno ai diciotto mesi Mimi capì che poteva avere voce in capitolo circa le scelte quotidiane che riguardavano la sua persona, e da allora furono cazzi amari.
Lei voleva fare tutto da sola, ma rendendosi conto di non essere sempre e comunque all'altezza, di non essere capace, entrava in crisi. Non la si poteva aiutare e guai a dirle: "Beh, allora fai da sola".
Bloccata tra l'orgoglio dell'autonomia e l'evidenza della propria iadeguatezza sapeva dare sfogo ad una rabbia nera e verde e rossa e di tutti i colori e le sfumature che un sentimento distruttivo e autodistruttivo come quello può avere.
Mimi che piange fino al vomito.
Mimi che tira calci e lancia le cose.
Mimi che si strappa i capelli e i vestiti di dosso.
Mimi che tira capocciate contro il muro, che si spalma il moccio sul viso, che rifiuta di farsi pulire, che si ostina nel pianto, che chiama mamma e poi mi urla contro di andarmene via, che rimane un'ora di orologio a piangere disperata nel mezzo del giardino pubblico davanti agli occhi costernati di madri sapienti educatrici, mentre la madre incapace tenta di mettere in pratica i saggi consigli circa il "capriccio che va ignorato", finché non perde la pazienza e finisce per dare spettacolo del peggiore dei lati di sé, sbatacchiando sua figlia con malagrazia e altre amenità su cui preferisco non soffermarmi troppo.

Se ripenso a molti di quegli episodi ci vedo una certa continuità tematica di fondo, una congruità se non proprio caratteriale, almeno di indole.
Cavolo se non credo nell'indole!
Stufa e arcistufa di vedermi addossare presunti successi e insuccessi (ma soprattutto insuccessi) educativi relativi all'esuberanza emotiva di mia figlia mi chiedo perchè l'approccio comportamentista sia considerato superato persino tra gli studiosi di etologia animale, ma non in pedagogia.
Io dico: fanculo a loro e ai vari "sei tu che l'abitui".
Il comportamentismo e altre stronzate.

Ma sapete che vi dico? Io ho visto, io ho sperimentato sulla mia pelle, io ho lottato, faticato, sudato, io ho dato anima e sangue, io mi sono sgolata, ho urlato, ho ignorato, ho mediato, ho sorvolato, ho schiaffeggiato, ho sofferto, ho provato la frustrazione di non essere all'altezza troppe volte, di non venirne a capo, di perdere la pazienza, di sbagliare, mi sono scontrata contro questa piccola furia un milione di volte da quando è nata. Io la conosco. Io magari non la so ancora del tutto gestire, non sempre, ché spesso e volentieri sono stanca pure io, e non ho voglia sempre di discutere per tutto, e di urlare per tutto, e di sentire urlacci e piagnistei, e vorrei poterci mettere cinque minuti a preparare mia figlia per uscire e non quaranta, e vorrei che le semplici operazioni quotidiane non dovessero essere ripetute almeno tre volte perché deve farlo lei, e deve farlo da sola, e vorrei che chiunque la smettesse di elargire giudizi sul mio modo di essere madre e sulla mia presunta educazione all'anarchia.

Però la conosco, e so che c'è un'altra Mimi che è delicata e intuitiva, che ragiona e ascolta, che sa chiedere e accetta risposte negative e motivate, che non batte ciglio se non si può andare alle giostre, che non pretende che le si compri qualsiasi cosa veda, che sa entusiasmarsi delle cose senza impuntarsi a volerle per sé, che sa interagire coi suoi simili con grande diplomazia e senso della giustizia, senza mai usare prepotenza o prevaricazione, che è generosa e sa condividere, e anche dare.
Non credo che Mimi sia una bambina "capricciosa".
E non credo, come qualcuno mi ha sentenziato, che non abbia il senso dei propri limiti, anche se la lascio giocare con la pompa dell'acqua, ché non ci vedo nulla di male, o fare le bolle con la cannuccia nel succo di frutta (le ho sempre fatte anch'io).
E mi incazzo quando mi dicono che mia figlia è viziata, ecco.
Magari un tantinello testarda, sono d'accordo. E spesso ha difficoltà a gestire le sue pulsioni devastanti.

Chi ha conosciuto Mimi in uno dei suoi momenti no può pensare che sia una bambina capricciosa e malgestita. Se pure non lo dice con queste parole, lo lascia intendere.
Chi la conosce in uno dei suoi splendidi momenti d'oro, è pronto a giurare che sia una bambina meravigliosa.
Lei è tutt'e due le cose: è una furia, ed è una grazia, da schiaffi e da baci.

E in tutta onestà trovo difficoltà a chiamarli "capricci". Le sue esondazioni non sono strategie mirate ad un fine, quanto espressioni di un conflitto interno, prorompere di una rabbia distruttrice che lei a quanto pare non è in grado di arginare. E' quel che viene fuori quando si imbatte in sentimenti quali frustrazione, insoddisfazione, mortificazione, ed è naturale che non sappia ancora come reagire ad essi, come fronteggiarli. Così come non gestisce la rabbia che ne deriva.
Non è facile: non lo è neanche per un adulto.
Non lo è per me mantenere il controllo dei nervi quando mi trovo a dover affrontare le sue sfuriate.
E siccome poi riconosce quando sbaglia, e ci torna su, posso dire che ci sta lavorando, su questa cosa delle esplosioni di rabbia, che si sforza di modificare comportamenti a monte, che se avvertita per tempo, riesce a bloccare la spirale di azioni-reazioni che la trascinano giù in quel gorgo di sentimenti  e impulsi devastanti, e riesce a prendere strade alternative che le vengono suggerite.
In tutto ciò io non sono il potente demiurgo che ne plasma il carattere e l'essere, e lei non è una mia creazione, non scaturisce dalle mie azioni la sua essenza.
In tutto ciò il mio accidenti di compito è solo se mai quello di saperle indicare queste vie, a volte suggerendogliele apertamente, ma soprattutto mostrandogliele, implicitamente, non fornendole dei modelli pret-a-porter, ma sforzandomi io stessa di modificare le mie azioni-reazioni, nella vita, nella crisi, nello scontro, nei suoi e negli altrui riguardi (e per la verità non sempre ci riesco).
Perché essere genitore può voler dire anche imporsi di migliorare se stessi.
Essere una madre migliore, essere una persona migliore. Rivedermi in lei, rivedere in lei certi meccanismi che ben conosco, che riconosco in me, e permetterle di misurare il proprio essere sul mio, e permettermi di cambiare ancora, adulta, grazie a lei.

Non sono una gran pedagogista, ma ascolto e osservo, molto imparo e provo e sperimento e sbaglio magari, e poi mi correggo, o almeno tento. E sento, soprattutto (questa dannata empatia!).
Chi pretende di applicare a qualsiasi bambino un identico precetto educativo a prescindere dal bambino credo sia un po' come quelli che se ti vedono smanicata in aprile con 35 gradi si sorprendono e ti dicono: "Già così leggera? E ad agosto che fai?" Perché quando si vestono la mattina guardano il calendario e non il termometro.
Così bisognerebbe guardare prima del manuale di pedagogia, la persona che sta già, in auge, nel bambino, e imparare a comprenderlo, a conoscerlo.
Mi hanno detto anche, persone a me molto vicine, che un buon educatore non dovrebbe "comprendere e giustificare" un comportamento, ma solo imporre dei limiti.
Non sono molto d'accordo. E' ovvio che se Mimi in un eccesso d'ira pesta la coda al gatto o tira schiaffi alla sorellina, la riprendo, è ovvio che la sua rabbia non giustifica tutto, non giustifica qualsiasi eccesso.
Ma riconosco il diritto di essere arrabbiata, e di imparare a misurarsi con essa.
E credetemi se vi dico che lasciarla libera di arrivare a ciò non è affatto la via più facile. Tanto più facile sarebbe impormi unilateralmente.

Bene, ora ho finito di autoscagionarmi come madre incapace.
La bestia ieri è crollata dopo una delle sue migliori performance. Attendo il risveglio. Fatemi un in bocca al lupo!

lunedì 8 luglio 2013

La posta di Suster: le mie mommy-FAQ (che si legge come fuck!).

Tanto per intenderci...
Io non sono proprio brava a elaborare poeticamente...

- Ma cosa si prova ad avere un bambino dentro?
- Cosa senti quando si muove?
- Com'è quando lo senti muoversi?
- Mi hanno detto che è come sentire il battito d'ali di farfalle...
- O bolle di sapone che scoppiano...
- Allora, com'è?
- Dunque è come se... come se... come se avessi dentro di te una persona che ti piglia a cazzotti, ecco.



E non capisco bene cosa significhi "guardare con gli occhi dell'amore"...

- Allora, è nata? Dimmi, com'è, com'è?
- A chi somiglia?
- Oh, amore! Pasticcino! Cucciola! Dai, raccontaci: com'è?
- Uhm.. sì... Oddio: è una cicciona... E' enOOOrme! E che capoccia, tu vedessi! Marò... se penso da dove l'ho dovuta far passare... Cioè, è carina. Un po' pelosetta magari, sulla schiena, e pure sulle braccia. Sembra un po' cinese, e ha la pappagorgia. Tipo Giuliano Ferrara, ecco. Ma è bella eh!

Non pretendo di immolarmi sull'altare dell'amore materno...

- Ma allora com'è andata? E' stato veloce hai detto, no? Bello!
- Senza epidurale! Sei una grande!
- Un'esperienza unica il parto! Come ti invidio!
- Hai fatto bene a non fare l'anestesia: uno deve viverle certe cose.
- Allora, com'è stato?
- Ehm, sì, volevo provare a non fare l'epidurale... dicevano che ero già "avanti"... è stato "abbastanza" rapido... dicono, ma... Cioè: so' stata una cojona a non farla. Cazzo! Altro che rapido! Sono state le 12 ore più lunghe della mia vita. Non mi sono mai sentita urlare così. Almeno finchè ho potuto, poi non riuscivo nemmeno più a urlare. Volevo morì, e basta. Guarda, non è per spaventarti ma, porca troia di Eva e della sua fottutissima mela, in quei momenti invochi la morte!

Non sono brava a minimizzare, quando il peggio è passato...

- Oh, finalmente!
- Complimenti signora, è bellissima! Che bel parto!
- Eh, sì, è andato tutto a meraviglia, e guardi, non sembra nemmeno che abbia partorito.
- E' stata bravissima, come si sente?
- Vuole dire qualcosa ai nostri microfoni mentre è ancora a cosce spalancate e le spremiamo un po' la pancia per strizzarle l'utero?
- Sì io... volevo solo dire... è stato... è stato... bruttissimo! Non voglio farlo mai più! MAI PIU'! Ma cosa mi è venuto in mente. Nessuno dovrebbe fare queste cose! E' stato terribile, TERRIBILE!

E ho una memoria fin troppo funzionante...

- Allora dimmi, è vero che tutto il dolore si dimentica all'istante appena la vedi?
- Non è la gioia più grande diventare mamma? Dopotutto cosa sono poche ore di sofferenza...
- Cosa hai provato appena l'hai vista?
- E' vero che il dolore si dimentica? Eh? E' vero? Dicci, dicci...
- Beh... non esageriamo... non è che si dimentica proprio subito. Diciamo che non ti scordi proprio tutto tutto. Non io, almeno. Per esempio: quando la contrazione arriva inizi a tremare tutta come uno col parkinson, e allora capisci che stai per morire e vorresti piangere, ma poi lei arriva e ti toglie il fiato e tu non ce la fai, a piangere, e credi che morirai in assenza di ossigeno, e allora inizi a sbuffare come una locomotiva, però anche così è faticoso perché nel frattempo ti senti la pancia che ti si stritola e vorresti torcerti nel letto almeno invece sei immobilizzata dal dolore, e hai la gola in fiamme, e intanto senti le vertebre disintegrartisi dietro la schiena una ad una, come se qualcuno te le frantumasse. Poi iniziano le spinte e... ed è come se ti strappassero via le budella da sotto e come se volessi cacarti via l'anima, non so se mi spiego. Poi arrivi finalmente all'espulsione e non è ancora finita, stai lì a cosce aperte ed è come se ti squartassero la passera da tutte le parti con dei ganci e... ma sì, non preoccuparti. Dopo dimentichi quasi subito. Dopo tutto il dolore non è che un'esperienza soggettiva eh.

Posso dimenticarmi le chiavi di casa attaccate alla porta, la borsa nel cestino della bicicletta, il portafogli alla cassa del supermercato e mia figlia sull'altalena, ma quel dolore, amici miei, quello lo porterò con me nella tomba! (Dolore terapeutico un cazzo!)

sabato 6 luglio 2013

Di che morte vuoi morire?



Sì sì, mo' me lo segno! Rispondeva Troisi-Mario nel celeberrimo film...

Mimi ha molto chiaro il concetto, a quanto pare.

- Mamma, 'ttò molendo di fleddo: mi plendi la copelta col leone?
- Freddo? Ma faranno 39 gradi, Mimi. Che freddo? Che coperta!
- La copetta colleone, peffavole mamma, ttò molendo di fleddo! Tu ttai molendo di fleddo?
- No, Mimi, non sto morendo di freddo. Proprio no direi.
- Ttai molendo di caldo?
- No, vabbé... sto bene.
- Ttai bene?

(La cosa non la convince. Ci pensa su un tantino)

- Mamma, ttai molendo di tiepido?

Vi abbiamo presentato:
Mimi, in "Di qualcosa si dovrà pur morire", commedia noir.

sabato 29 giugno 2013

Non ci facciamo mancare niente.

La soluzione per una giornata difficile, bimba grande ingestibile, bimba piccola insonne, sono, naturalmente, i giardini.
Con mio grandissimo sollievo e soddisfazione la piccola collassa nella sua capsula simil-space-shuttle quasi immediatamente, cullata dallo sciabordio delle ruote sul selciato sconnesso del marciapiedi, prima ancora di arrivare, e rimarrà in quello stato per tutta la durata di nostra sortita (dimentichiamocene pure, dunque).
La grande si fa circa un'ora di altalena, ché io conosco le mie pollastrelle: dormire non se ne parla più di pomeriggio, ma mica tante energie per scorrazzare qua e là.
Comunque dopo essermi fatta venire la lombalgia a furia di spingerla, azzardo la mossa strategica di panchinarmi.
Novità assoluta questa, per la quale giudico oramai i tempi siano maturi.
Lei un poco ci prova, a distrarmi dalle mie velleità di mamma da panchina, ma so aggirare l'ostacolo con elegante non-chalance.
- Mamma, mamma vieni commé a laccogliele i fioli?
- Sì sì, ora vengo, ora però vai tu, bella a mammà, ché io ti aspetto qui seduta, ok? E portami un bel mazzolino di fiori... mmmh... gialli!
- Babbene, mamma. Appettami qui, eh! Ola ti polto i fioli gialli.
(Sì, ecco, brava: vai. Madre degenere io).



Sbolognata la grande, azzardo ora la seconda mossa.
Estraggo lentamente dal borsone attaccato allo space-shuttle piccolo oggetto parallelopipede, all'apparenza compatto, ma composto di un discreto numero di sottili lamine di carta unite assieme da un lato, tutte minuziosamente vergate di caratteri stampati ad inchiostro.
Dicasi libro: è un oggetto che si usava prima dell'avvento di quegli affari chiamati tablet.
E ora a noi due, commissario Montalbano.

- Mamma! Mamma, guadda: guadda che melavigliosi fioli gialli ti ho pledo! Mamma, ola vieni a laccogliele i fioli commée?
- Oh! Che meravigliosi fiori gialli! Mimi me ne porti anche di bianchi per favore?
- Mamma, dai, vieni commé a laccogliele i fioli bianchi?
- Oh, Mimi, sono stanca: vai tu per favore. (Che merda).
- Ok, mamma. Tu appettami qui eh!
(Sì sì, e chi si muove).

Dunque si diceva. Miì, che scassamento questa Livia! Ma ancora non si è deciso a accannarla lui?
- Mamma mamma!
('Azz!)

Parecchi fioli dopo, e all'in circa una pagina e mezza dopo, vedo Mimi coinvolta nel gioco da un gruppetto di bimbi di molto più grandi. La cosa non può farmi che piacere, anche se ogni tanto la perdo di vista, ché scompare nel folto di un grande cespuglio di alloro che immagino sia la casetta.
Potrei anche avvicinarmi, ma... aspè: arrivo alla fine del capitolo e poi mi alzo, eh.

- Mamma, mamma. Io e i miei amici glandi siamo andati nella folesta dove c'elano le bestie feloci! E... e... allola io ho pledo un bastone e... PUM! Gli ho ppalato!
- Oh, povere bestie feroci.
- Mamma, vieni a giocale con i miei amici nella nottla cadetta?
- Mh, sì, ora vengo. Tu intanto vai eh! Ti raggiungo.
(Ti pare che non c'era pure a 'sta botta la solita bonazza di turno morta ammazzata in circostanze pruriginose?)
- Mamma mamma guaddami! Tono nella mia cadetta!
- Sì brava!
(Continuo a sentirmi un po' degenere, ma sono curiosa di sapere cosa ne dirà il PM Tommaseo...)

- Mamma, i miei amici tono andati via, vieni commé nel sentielo?
- Nel sentiero? No, Mimi, come faccio? Ho la carrozzina, non posso fare i gradoni con Rania che dorme. Aspetta un po' che finisco questa pagina poi andiamo a fare una passeggiata.
- Mamma, mamma: io vado sul sentielo, tu appettami qui eh!
- No, Mimi: aspè... 'ndò vai? Non andare lì da sola. Aspettami che ora andiamo insieme.
- Mamma mamma guadda: quanti fioli!
(Scompare alla vista).

Oh, beh, mo' torna, vedrai. Dove vuoi che vada. Finisco questo capoverso e la seguo. Mica posso lasciare la piccola qui da sola.
- Mimiiii! Torna qui! (E insomma, ma quanto magna 'sto Montalbano!)

Passa un tempo non ben precisato.
- Mimi? MIIIIIMIIIIII!

DLIN DLON
E' stata ritrovata una bambina... (No, ti pare? Non dirmi che... ma no! Figurati se...) ...di circa tre anni... (beh, suppongo... che potrebbe essere chiunque...) ... indossa un vestitino a fiori... (Ma porca miseria! Sì ok, ditemelo pure: madre degenere totale!) ...i genitori sono pregati di recarsi a...BUAAAAAAAH! (Cazzo di bambino! proprio ora doveva mettersi a urlare? Dov'è che devo recarmi?)

MISSING!
Sì va be': madre degenere. Sono d'accordo con voi. Certo che uno abbassa la guardia un attimo e... va bene va bene: non ho scusanti. E però riconoscere bisogna che ho avuto l'onestà di contarvela tutta, e non solo "la mezza missa" come direbbe... mah, non saprei proprio chi...
Comunque dopo essermi recata ovunque, visto che l'annuncio non si ripeté, la trovai che dissertava come (perdonate il paragone blasfemo) Gesù tra i dottori, al centro di un capannello di preoccupate e sollecite signore cotonate, a cui spiegava con dovizia di particolari quanto lei amasse i fiori e come appunto si stesse dedicando all'assidua ricerca degli stessi nel momento in cui era stata fermata.
- Ma come ti chiami bimba?
- Non me lo licoldo come mi chiamo signola.
(Arrivo io, trafelata).
- Eccomi! Grazie mille! Scusate... Stavo... allattando la piccola (immagino a 'sto punto di essere arrossita fino alle orecchie. Il commissario Montalbano mi avrebbe sgamata subito che era una farfanteria).
- Mamma, e ccuda: io stavo laccogliendo i fioli petté che eli malata!
- Amore, ma non devi andare in giro da sola!
- Bisogna fare attenzione, signora, di questi tempi.
- Sì ha ragione.
- Ah, eccola! Stavo chiamando i carabinieri!
- Sì, mi scusi, non avevo capito dove...

Va be'. E' andata.
Non è mica (solo) colpa mia, però (anzi: è tutta colpa tua, Montalbà!).
E ora scusatemi: ne approfitto (ché loro ancora dormono) per finire il libro.

Autoritratto con libro e fioli.

martedì 25 giugno 2013

Un giro di sole: quando tutto ha avuto inizio.


Un anno fa, quando tutto ha avuto inizio, più o meno, non pensavo a te, minimamente.
Tu oggi compi tre mesi: hai cosce con le pieghe, guance da Cicciobello, tantissimi capelli, un nasino alla francese e obliqui occhi grigi.
Hai tre mesi e dici "nghé" alla perfezione. Chiami se ti senti sola, ridi se ti sorridono, tieni su la capocciona tentennando un poco, seria, concentrata. Tu che aggrotti le ciglia, che sospiri nel sonno, che vorresti già stare seduta, che protesti piano, che convivi con la raucedine, che sopporti paziente, che non piangi se non ne hai un buon motivo, che ti addormenti accanto a me, che quando mi vedi scalci, che scruti il mondo con occhi profondi.



Dunque tutto è iniziato un anno fa: 9+3 fa un anno, non ci piove.
Te che non ti aspettavo, te che volevo ma non osavo. Te che ho temuto, te che ho aspettato.
Tu non hai chiesto il permesso, tu che mi hai colta impreparata e pavida.
Tu: sono sicura, me lo sento, stavolta è maschio.
Tu che, ancora, mi hai smentito.
Io che al sesto senso materno non ci credo più.
Io che avevo paura di non farcela.
Io che ho pianto nel letto tante notti insonni, pensando di non farcela.
Io che temevo di non riuscire ad amarti, che mi chiedevo come avrei fatto ad amarti.
Io che ti chiedevo di aspettare, di non farmi scherzi. E tu hai aspettato.
Io che ti chiedevo di essere puntuale, e tu lo sei stata.
Io che ti chiedevo di fare in fretta. E tu. Sei stata bravissima, efficientissima, puntualissima.
Ma quella capoccia lì, che ti ritrovi... 'Cidenti!



Tutto ebbe inizio, dunque, all'in circa un anno fa?
Un anno fa quando preparavo l'esame di arte.
Che la mia mente era altrove.
Che mi immergevo ancora una volta nei libri e ne uscivo distrutta.
Che mi chiedevo dove avrei trovato il mio posto.
Che vedevo crescere mia figlia e credevo di esserne ormai fuori.
Che pensavo di aver archiviato ciucci e pannolini, almeno per un po'.
Che un po' mi piangeva il cuore a vederla crescere sola, e forse allora ti ho pensata, un po'.
E' stato allora che ti sei materializzata?
In quale nicchia tra il rimpianto e il desiderio?



Tu che sei l'evidenza dell'imponderabile, del desiderio represso, della gioia che ti sorprende, a tradimento.
Tu che non mi hai mai avuta tutta per te ma ti accontenti.
Proprio te oggi guardavo, nell'immagine riflessa dallo specchio, di me, che ti tenevo, la testa reclinata sulla tua, e ci ho viste come nel celeberrimo dipinto di Klimt, tu proprio tu, io qualche capello fa.
(Tu che mi hai fatta tagliare i capelli.)
E mi viene da chiedermi come sia possibile non averti amata da sempre, tu che mi sei entrata dentro da subito, o quasi.
Perché i secondogeniti, mi sa, campano un poco di rendita, di quell'amore sofferto che la prima volta hai dovuto costruire a fatica, mattone dopo mattone, spaventandoti a volte nel non riconoscerti più in quella che eri, e che la seconda volta è già lì, pronto per rinnovarsi in un nuovo rapporto.

Un giro di sole: nel tempo di un moto completo di rivoluzione ti sei materializzata nell'immagine che è per me ennesima potenza dell'amore materno. Tu, la bambina del quadro. Io, la mamma innamorata.
In quel giro di sole che è risultato di gravità e centrifuga, attrazione e repulsione, amore e paura, poi, finalmente, ritorno, vita.